Perché non credo? La risposta a questa domanda non è unica, bensì si dirama in molteplici aspetti e frangenti. Innanzitutto occorre sottolineare che ciò che non dispone di prove e/o fondamenti scientifici, per me non è considerabile valido. Tuttavia sono altri i motivi che mi spingono a una così forte affermazione, uno dei più rilevanti è il motivo per il quale è da sempre esistita una qualsiasi forma di religione. La paura della morte, il dolore fisico e spirituale, le ingiustizie e i soprusi che un individuo è più volte chiamato a sopportare nel corso della sua esistenza, lo hanno portato nei secoli a crearsi un’immagine rassicurante e familiare a cui riferirsi nei momenti di sconforto. Dio, infatti, in ogni religione, è l’esatto opposto di quello che noi esseri umani siamo realmente: egli è immortale, onnipotente, onnisciente, onnipresente e, soprattutto, è giudice. Ci autocostrigiamo, quindi, a una regolazione quando siamo in vita, per paura di colui che ci giudicherà poi in un tribunale divino, dove anche il miglior legale non potrebbe mai farci assolvere se fossimo colpevoli. Quest’immagine di impotenza è particolarmente tipica nell’immaginario religioso, il fatto che, qualsiasi cosa noi facciamo sulla terra di “peccaminoso”, sarà poi punito nella vita ultraterrena senza possibilità di evitare questa pena.
Ritorniamo
adesso alla certezza, che ogni buon credente dovrebbe avere, dell’esistenza di
una vita che supera i confini della morte del corpo; indubbiamente utile quando
un nostro vicino parente muore o quando noi stessi ci rendiamo conto che la
nostra esistenza è giunta al termine: ma fino a che punto verificata? Mai
verificata. Si ripropone quindi il problema già posto durante i precedenti
capitoli del libro, l’atto di fede come risposta e come sostituto di ogni
prova scientifica. A queste condizioni io dico no, non posso credere se questi
sono i requisiti per un perfetto credente.
Riflettiamo
per un momento agli atei in generale, essi in genere sono scienziati, filosofi,
in generale tutti coloro i quali usano nel loro lavoro, un approccio scientifico
per la risoluzione dei problemi. Bastano pochi nomi per visualizzare
immediatamente la correttezza di questa affermazione: Margherita Hack
(astrofisica), Albert Einstein (fisico e matematico), Galileo Galilei (pioniere
dell’astronomia) e molti altri ancora. Ovviamente esistono però atei che non
sono scienziati, ma che hanno comunque trovato insufficienti le risposte della
Chiesa. A questo proposito vorrei approfondire il concetto di risposta alle
domande cruciali, che la Chiesa dice di trovare copiose ed esaustive nel
Vangelo; personalmente la lettura del Vangelo ha suscitato in me solo altre
domande e nessuna risposta. Un brano del Vangelo, a mio parere il più
significativo, è quello riguardante San Tommaso che fino a quando non pone il
proprio dito nella piaga di Gesù Cristo non crede alla sua resurrezione. Ora io
mi chiedo perché Tommaso, che come me vuole “toccare con mano” prima di
credere, è stato fatto santo? In fondo ha dimostrato di non credere Gesù
capace di risorgere, come peraltro dico io. Nessuno, finora, è stato in grado
di darmi una spiegazione soddisfacente a questo quesito. Neppure il Papa che in
occasione della XV Giornata Mondiale della Gioventù ha scelto di leggere
proprio questo passaggio, ha dato una spiegazione soddisfacente, anzi ha
riacceso le mie domande.
Ma
cosa offriamo noi atei? Come già avete avuto modo di leggere nel brano di
Einstein, noi offriamo solo dubbi, incertezze e, a volte, non offriamo alcuna
risposta. Ma è meglio vivere su una risposta senza fondamento, o vivere
nell’attesa di scoprire una risposta definitiva, razionale e scientifica?
Pensiamo alla terra piatta secondo la Chiesa che, anche di fronte alle prime
prove portate dai pionieri dell’astronomia, obbligava illustri scienziati e
dotti studiosi a scegliere fra l’ab iura e il rogo!
Come
già spiegato nella prefazione, questo testo non vuole “convertire” i
credenti o farne vacillare la fede, bensì vuole tentare di spiegare ad essi
perché alcuni esseri umani decidono di non credere, sperando che i credenti che
oggi ci considerino dei “senza fede” o dei “bestemmiatori” capiscano che
anche noi abbiamo un fede forte, decisa, compatta e sicura: la scienza.