In
questo capitolo si sfrutteranno i dati di autorevoli fonti del mondo della
psicologia, della stessa Chiesa e delle associazioni di atei.
I Atei e credenti a confronto
Durante
gli ultimi anni — su riviste tedesche a gran tiratura, come "Der Spiegel"
e su periodici divulgativi come "Psychologie heute", che citano studi
epidemiologici e ricerche quantitative — è stato dato grande spazio
all’opinione che la fede religiosa e la partecipazione ai culti abbiano un
effetto positivo sul benessere umano2. Questi articoli suggerivano anche che i
credenti erano capaci di superare, nella loro vita, eventuali crisi e stress,
come anche conflitti sociali e psichici in modo più facile, e che essi potevano
anche sviluppare strategie più efficaci per risolvere i loro problemi; inoltre,
sostenevano che la fede ha un effetto positivo sulla salute psichica e persino
fisica. Numerose sono state le inchieste condotte dalla chiesa stessa, o da
gruppi che ruotano intorno ad essa, sui propri membri (vedi, EMNID 1967 e 1992,
Schmidtchen 1972, EDD-Studie 1974, Feige 1976, Mynarek 1983). Gli autori
pensavano di poter concludere, dai risultati di tali indagini, che l’indrottinazione
religiosa dei bambini, può certamente provocare sensi di colpa, avvilimento e
scarsità di risultati, tuttavia i praticanti più fervidi sono sostanzialmente
meno depressi rispetto a coloro che hanno avuto un’educazione religiosa, i
quali si siano allontanati, in qualche modo, dalla chiesa. Decisi avversari
della religione e della chiesa non furono, invece, mai interrogati.
Ciononostante, i propagandisti "in Cristo" non esitavano a delineare,
con riferimento agli studi menzionati, l’immagine di un ateo triste ed
infelice, tormentato da paure e da dubbi interiori che, già in questa vita,
paga a caro prezzo la propria avversione alla religione.
Possiamo
anticipare che quest’immagine non è del tutto sbagliata. Se, per esempio,
prendiamo in ordinata il grado inverso della depressività ed in ascissa quello
della (ir)religiosità, ne viene fuori una curva ad "U" o,
addirittura, una curva simmetrica. Ciò significa che i cristiani credenti e gli
atei convinti sono i meno depressi in assoluto, mentre gli atei tiepidi ed i
semi-religiosi sono veramente "bocciati". La depressività è, per così
dire, la punizione — anche se non divina — per l’incoerenza e la viltà
nei confronti del ritenuto "nemico", in conformità alla frase
biblica: "Ma voglio sputare sui tiepidi". L’asimmetria si forma in
seguito al fatto che anche i cristiani più convinti sono mediamente ancor più
depressi degli atei decisi; la falsificazione di questo risultato da parte di
gruppi filo-religiosi deriva dal fatto che il numero assoluto degli atei
convinti è molto basso. Logicamente, però, questo fatto non può avere alcuna
importanza nell’analisi della questione iniziale, la quale non riguarda il
modo in cui la religiosità e l’ateismo sono distribuiti nella popolazione
totale — in questo caso si delineerebbe più probabilmente una curva di Gauss
rivolta verso sinistra — ma piuttosto quali relazioni statistiche esistano fra
queste due misure ed il grado di depressività. Solo la nostra analisi ha potuto
fornire, su questo punto, una base di oggettività.
Ora,
ci troviamo nella situazione, non solo di mettere in dubbio queste affermazioni,
diffuse acriticamente dai mass-media e dalle pubblicazioni — persino da quelle
che pretendono di essere scientifiche — ma anche di confutarle empiricamente.
Il nostro questionario rende possibile, per esempio, paragoni statistici con
un’indagine condotta a Friburgo nel 1984, su studenti cattolici (tutti membri
di chiesa), il cui risultato era che religiosi osservanti mostrano in maniera
significativa (sotto il profilo statistico) meno sintomi d’irritazione
depressiva rispetto a coloro per i quali la fede religiosa ha un’importanza
minore. Una delle basi di confronto, era l’inventario di depressione di Beck
— un questionario in uso nella psicologia — in cui il punteggio ci permette
di stabilire il grado d’irritazione. Gli autori avevano accertato un valore
medio di 4.6 per tutti i membri della chiesa da loro interrogati; inoltre, essi
avevano suddiviso gli esaminati in base all’intensità del loro legame con la
religione e con la chiesa. Per il gruppo osservante, essi calcolavano un valore
di 3.4, per il gruppo meno religioso 6.0 e per il gruppo intermedio 4.0; vale a
dire, il sottogruppo meno religioso in assoluto, presentava il massimo grado
d’avvilimento.
Gli
atei, da noi interrogati (174 persone), raggiungono il valore chiaramente più
basso di 3.2, cosicché, a questo punto, possiamo già evidenziare che
affermazioni "solo a costo della depressione è possibile rinunciare alle
convinzioni religiose" - come formulato dagli autori del nostro studio di
confronto e come suggerito da tanti altri - sono del tutto strumentali e
disoneste. Esse perseguono, infatti, uno scopo propagandistico facilmente
riconoscibile e approfittano chiaramente della rarità statistica di atei
convinti in contrasto con la frequenza relativa di religiosi convinti. Ma ciò
non ha niente a che fare con la possibilità di metterli a confronto sotto il
profilo della qualità. In realtà, gli atei sono chiaramente meno avviliti
rispetto alla media dei membri di chiesa interrogati, differenziandosi nella
maniera più evidente dal gruppo dei "poco" religiosi e persino
distinguendosi positivamente dal nucleo fondamentale dei credenti, anche se in
misura minore.
L’inchiesta
fra i membri della chiesa, che abbiamo consultato per confronto, mostrava anche
che presso i cristiani interrogati esiste una relazione fra il loro normale
stato d’animo quotidiano ed i contenuti della loro educazione religiosa, vale
a dire, tanto positivamente furono loro descritte le "caratteristiche"
del loro dio e quelle degli uomini, tanto meglio si sentono oggi; quanto più
peccaminosi furono loro presentati gli uomini e maligno il loro dio, tanto
peggio si sentono oggi mediamente. Per rendere possibile un confronto tra gli
studi compiuti, abbiamo ammesso alla nostra analisi soltanto i dati di quegli
atei che, così come i menzionati membri della chiesa, avevano un’educazione
religiosa; solo più tardi si sono staccati dalla fede in cui sono stati educati
e sono quindi usciti dalla Chiesa. Ora si evidenzia, presso gli avversari della
Chiesa da noi interrogati che, in contrasto con i membri di chiesa, il loro
stato d’animo è indipendente dai contenuti specifici dell’indottrinazione
religiosa alla quale erano esposti durante l’infanzia. In altre parole: i
partecipanti alla nostra analisi riuscivano a liberarsi, quasi completamente,
dalle limitazioni inflitte una volta dalla religione, nel loro modo di pensare e
sentire.
Quindi
possiamo trarre, dal primo paragone delle inchieste fra i membri della chiesa da
una parte e gli atei dall’altra, la seguente conclusione:
1.
Lo stato d’animo di chi è rimasto in qualche modo religioso, dipende — a
prescindere da quanto egli si senta più o meno strettamente legato alla chiesa
ed alla religione in maniera soggettiva — dal tipo della sua educazione
religiosa e dall’osservanza dei suoi comandamenti. Quindi, le affermazioni dei
menzionati psicologi della religione sono esatte finché si riferiscono
solamente ai credenti.
2.
Hanno invece torto, nel caso in cui — molto tendenziosamente — vengono fatte
congetture sulla condizione psichica di atei. Perché, come dimostra la nostra
analisi, colui che, dopo una socializzazione religiosa, trova il coraggio e
l’intelligenza di rompere con la stessa religione e la chiesa, ha più
speranze di condurre una vita felice rispetto a qualsiasi cristiano
statisticamente comparabile. Ciò ha, tuttavia, come presupposto — oltre ad un
approccio fondamentale illuministico ed ateistico — lo smaltimento del passato
religioso.
Qui
di seguito, vogliamo poi render note le nostre conoscenze relative al modo in
cui gli avversari della chiesa, da noi interrogati, riuscivano a liberarsi dal
loro passato religioso e quale relazione esiste fra il carattere risoluto di
questa riflessione, della condizione psichica e del pensiero d’oggi.
Nel
sentiero che dalla fede indottrinata giunge all’ateismo ha — secondo le
aspettative — un’importanza centrale la scienza. Conoscenze, conseguite
mediante l’osservazione e la deduzione logica, sono adatte più d’ogni altra
cosa a mettere in dubbio il presupposto di ogni religione, cioè l’esistenza
di un essere soprannaturale, buono e onnipotente. Il 92% dei partecipanti alla
nostra analisi rispondevano di "sì" alla domanda se, durante il
processo di separazione, fosse stato importante l’aumento della conoscenza
scientifica; per il 76%, le scienze naturali erano al primo posto. D’altra
parte, solo per il 59% le esperienze negative con le istruzioni ecclesiastiche
erano determinanti all’avvio di tale processo. Dunque, per l’abbandono della
religione, l’acquisizione di cognizioni sembra essere d’importanza maggiore
rispetto alle esperienze negative. Queste ultime possono essere valutate in modo
adeguato, quando siano sottoposte, oltre che al giudizio individuale, anche ad
una classificazione nei rapporti comuni. Il 74% dei nostri interrogati nutrivano
i loro primi dubbi in relazione ai cosiddetti contenuti della fede (per esempio,
l’esistenza di dio) e non certo, come si potrebbe supporre anche, sul
comportamento degli educatori religiosi. Da ciò si può concludere, che la
rottura del tabù di pensare (vale a dire, il divieto di riflettere sul grado di
probabilità delle affermazioni religiose) insieme all’aumento delle
cognizioni, reca il più grave danno alla fede e difende più efficacemente
l’individuo dal misticismo e dall’irrazionalità.
Di
questo troviamo evidente conferma nelle risposte alla domanda se, dopo
l’apostasia, la fede in dio riprendeva vigore in situazioni forse disperate:
il 79% degli atei rispondeva di "no", vale a dire non mostrava più la
tendenza a ricorrere alle promesse di conforto della propria fede religiosa
d’un tempo. Il 97% degli atei, da noi interrogati, ritiene il pensiero
scientifico e quello religioso inconciliabili. Inoltre, respinge la speculazione
e l’irrazionalità, anche in forme non evidentemente religiose: l’81% non
tiene in gran conto l’astrologia, che sostituisce il potere di dio con il
potere degli astri. Il 79% aderisce all’affermazione, che "lo spirito e
l’anima" esistano solo su base fisiologica, vale a dire che siano solo
processi materiali; quindi anche l’83% è convinto che non esista una vita
ulteriore dopo la morte. Facendo riferimento alla teoria evoluzionistica,
l’84% respinge le varianti temporali del mito della creazione che, dietro la
nascita di flora e fauna, presumono un progetto stabilito fin dall’inizio.
Una
piccola aggiunta può evidenziare quanto gli atei interrogati si siano
allontanati dall’atmosfera "spirituale" della loro famiglia, nel
corso della separazione dalla religione. Le famiglie di coloro che sono stati
sottoposti alla nostra analisi erano tutte mediamente religiose, per quel che
concerne l’osservanza dei rituali; in confronto alla popolazione totale, esse
possedevano una cultura accademica mediamente superiore. Secondo le aspettative,
in queste famiglie le persone celebri come Goethe o Federico il Grande godevano
di una buona considerazione (per esempio Goethe per il 73%, Federico per il
53%). Per la cosiddetta borghesia colta, essi prendono le distanze in maniera
moderatamente critica dal cristianesimo organizzato. D’altra parte,
l’atteggiamento "mentale" delle loro famiglie verso noti
rappresentanti dell’illuminismo e delle scienze era tendenzialmente conforme
alla popolazione media. Prima del decimo anno d’età, a coloro che sono stati
soggetti alla nostra prova erano totalmente sconosciuti: Galilei per il 59%,
Voltaire per il 72%, Darwin per il 59%. Un ateo deciso come Marx è stato
giudicato negativamente. Parimenti, secondo le aspettative, oggi le persone
menzionate sono tutte note a coloro che sono stati sottoposti ad analisi e sono
state in prevalenza giudicate favorevolmente: Galilei per il 95%, Voltaire per
l’86%, Darwin per il 93%, Marx per il 91%.
Oltre
che alle scienze, anche alla sessualità spetta un ruolo centrale nel processo
di separazione dalla religione. Il 66% degli interrogati dichiarava, come
principale punto di critica alla religione, "la repressione
dell’autodeterminazione sessuale, generale e quella di una vita felice".
Allo stesso modo il 66% dichiarava che, ad essi, era stata trasmessa l’idea
che la sessualità fosse un peccato, sporca e negativa, cosicché più della metà
degli interrogati aveva sofferto di gravi sensi di colpa derivati da fantasie ed
attività sessuali. Sulla scia del superamento delle convinzioni religiose, il
46% è riuscito (sempre secondo le loro dichiarazioni) a risolvere il problema,
il 32% a vincere in parte i sensi di colpa sessuali basati sulla religione.
Tutto ciò ha un ruolo determinante sul fatto che il 90% degli atei possa
costatare un aumento delle possibilità di vivere e di essere felici rispetto al
tempo in cui era ancora religioso. L’incremento dell’autodeterminazione
sessuale trova la sua corrispondenza nell’aumento dell’autonomia in generale
(dichiarata dall’87%) e dell’autocoscienza (dall’87%). In questo contesto
hanno notevole importanza anche alcune asserzioni socio-statistiche: fra gli
atei, il livello culturale e la formazione professionale sono straordinariamente
alti se confrontati ai corrispondenti gruppi d’età nell’ambito della
popolazione totale: il 39% ha portato a termine un corso di studi ed il 37% ha
sostenuto l’esame di maturità. L’attitudine all’indipendenza personale si
dimostra, per esempio, nel fatto che il 60% dei partecipanti all’analisi non
è sposato (in Germania, in tutta la popolazione, lo è solo il 40%) ed il
restante 13% è divorziato.
Inoltre
l’analisi mostrava anche differenze presso la popolazione atea riguardo al
grado d’autodeterminazione ed alla tendenza alla depressione. Nel corso
dell’elaborazione dei dati, abbiamo potuto determinare le cause che provocano
le differenze, interpretabili statisticamente, fra le persone saggiate. Bisogna
rilevare, che il confronto statistico dei valori di depressione degli uomini e
delle donne non presenta differenze; questo risultato è quindi degno di nota,
perché le donne mediamente soffrono molto più spesso di depressione.
L’analisi dei nostri questionari mostrava che le donne, in confronto agli
uomini, avevano subìto danni ulteriori nell’ambito della loro educazione
religiosa. Il 31% degli uomini, ma neanche una donna, indica dei vantaggi; il
67% delle donne indica invece dei danni a causa del sesso nell’ambito
dell’educazione religiosa. Questa differenza specificamente sessuale,
nell’ambito dell’educazione religiosa, è di grande rilevanza statistica
(chi quadro = 31.94; alfa = 0.000). Possiamo documentare che la maggior parte
delle nostre partecipanti all’analisi, le quali — a confronto di altre —
erano esposte a pregiudizi più grandi, riuscivano ad appianarli con sforzi
maggiori, durante la separazione dalla religione, e per questo non presentano
attualmente dei valori di depressione più alti degli uomini. In base ad
un’analisi di varianza, non si mostrava un valore F significativo fra essi. Un
piccolo gruppo di donne, dichiara però di non aver lottato contro le
aspettative legate al ruolo specifico del proprio sesso, trasmesse per il
tramite dell’educazione religiosa; queste donne raggiungevano i valori di
depressione più alti, statisticamente significativi, confermando in tal modo la
nostra supposizione, che il grado di smaltimento del passato religioso determina
in misura considerevole la capacità di essere felici nel presente.
Nella
grande maggioranza dei casi, i partecipanti all’analisi si definiscono atei
combattivi (74%); solo pochi sono più esitanti ed indecisi nella loro
opposizione alla chiesa (6%). Abbiamo quindi verificato se esiste una relazione
fra questa posizione più conciliante verso la chiesa e la tendenza delle
persone in questione a far ricorso a cosiddette strategie coping religiose, vale
a dire alle promesse di conforto della chiesa. Mentre il 74% degli atei
combattivi non ricordano situazioni in cui avrebbero pregato più d’ogni altra
cosa, questo vale solo per il 61% degli atei non-combattivi. Il risultato è
statisticamente significativo (chi quadro = 10.66, alfa = 0.03). Con ciò
abbiamo trovato oltre al grado di smaltimento del passato religioso, un secondo
criterio per la previsione statistica della condizione psichica degli atei: la
fermezza della loro opposizione alla religione ed alle Chiese.
Solitamente,
viene propagata l’immagine di un ateo infelice ed afflitto, perseguitato da
dubbi interiori e da paure che, già in questa vita, paga cara la propria
opposizione alla religione. Quest’immagine non è sempre sbagliata, ma è
certamente sbagliata — come abbiamo potuto provare nella nostra analisi — se
atei, educati religiosamente, sono riusciti in seguito a riconquistare tutti i
campi da noi descritti che, in precedenza, erano occupati dalla chiesa.
In
conclusione, possiamo rilevare, in modo conciso, i risultati dell’inchiesta
(l’originale dell’analisi supera le 500 pagine e siamo a disposizione per
ulteriori informazioni), quelli più importanti: in contrasto all’asserzione
tendenziosa stabilita da numerosi studi religiosi e psicologici, che
approfittano solo della rarità statistica di atei convinti, in contrapposizione
alla frequenza relativa di religiosi convinti, gli atei sono meno depressi dei
religiosi. Essi si distinguono in modo considerevole da coloro che, con evidenti
sensi di colpa, non osservano più i comandamenti ecclesiastici e che non si
sono mai occupati seriamente della propria educazione e convinzione religiosa
che, evidentemente, continuano a sussistere segretamente. Gli atei si
distinguono, meno chiaramente, dai credenti osservanti che non accettano
compromessi nei comandamenti religiosi e sono quindi meno afflitti dai sensi di
colpa rispetto ai cristiani "poco convinti". Ma gli atei si
differenziano — anche se in misura minore — in modo positivo anche dal
nucleo fondamentalista dei credenti, per quel che riguarda i loro valori di
depressione.
L’analisi
che abbiamo qui brevemente esposto è, a quanto ne sappiamo, l’unica inchiesta
al mondo che abbia messo a confronto un gruppo d’atei decisi con un gruppo di
credenti, utilizzando un metodo di misurazione standardizzata. Senza dubbio,
sono necessarie ulteriori ricerche in questo campo, anche in confronto a studi
internazionali ed interculturali. Ma per tali progetti non ci si deve aspettare
fondi pubblici, investiti piuttosto per la propaganda religiosa. Tuttavia
speriamo che la nostra analisi sia d’incoraggiamento per ulteriori
approfondimenti.